(…) Durante un allenamento lungo le strade della Garfagnana, a un certo punto mi accorsi che qualcuno si era messo alla mia ruota. Lo percepisci dal cigolio che derivava dal suo pedalare. Senza girarmi, cercare di aumentare l’andatura, convinto che poco dopo non avrei più sentito quel rumore che proveniva da una vecchia catena di una bicicletta malandata. Ma non fu così, perché nonostante aumentassi di ritmo, quello stridio aumento tanto da farmi girare per vedere chi mi seguisse con tanta insistenza. Era un frate cappuccino con tutto il suo pesante saio e perdipiù con una bicicletta da donna che sarà pesata a venti chili. “Buongiorno, padre. E complimenti! Ho cercato di staccarla ma non ci sono riuscito”.  “In verità”, disse lui, “ero quasi per lasciarla andare, poi ho pensato di mettermi alla prova per capire fino a quando avrai potuto resistere”. Rallentai l’andatura per mettermi al suo fianco è così scambiare qualche parola: “Ma lei, padre, è allenato per andare così forte con una bicicletta così inadatta”. “Vado spesso in bici per le faccende del convento, e a volte penso che avrei fatto volentieri il corridore quando ne avevo l’età. Purtroppo la mia famiglia non poteva permettersi di fare studiare e allo stesso tempo comperarmi una bicicletta da corsa”. Intanto si era messo a piovere così forte che convenimmo di fermarci per non bagnarci più di tanto. Lo facemmo sotto il tetto di una casa. Il frate mi chiese se fossi un corridore e se lo facessi per mestiere. In poche parole gli descrissi la mia vita sportiva e i campioni con i quali gareggiavo. (…)